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giovedì 5 luglio 2007

Desertificazione in Sardegna.

C’è stato un recentissimo convegno, ad Alghero, poco pubblicizzato o forse, per soli addetti ai lavori, ( come se al grande pubblico l’argomento non dovesse interessare ).
Un’altra occasione mancata per fare opera di divulgazione e per coinvolgere i cittadini intorno a un problema che li riguarda da vicino.
Le cause della desertificazione sono molte, e tutte individuate con precisione. Ma di rimedi possibili, neanche una parola.
Sono trent’anni che faccio l’agricoltore in Sardegna : ho piantato, nella mia piccola campagna, qualcosa come 2000 alberi, di circa quattrocento specie diverse ( tra alberi e arbusti ).
A parte gli alberi da frutto che non vivono senz’acqua, tutte le altre specie, sono adatte al clima mediterraneo e un po’ arido dell’Isola.
In Sardegna piove in autunno e fino all’inizio della primavera : vegetano benissimo tutte le piante sempreverdi, che hanno due cicli di vegetazione all’anno.
Mi sono meravigliato di come, in pochi anni, le piante siano cresciute, in altezza e in splendore. Non me lo aspettavo, viste le teorie di cui sopra !
Nel mio terreno ci sono sì e no, cinque centimetri di terra, sopra la roccia basaltica, quasi compatta. Le piante hanno trovato il loro habitat radicale tra le pietre, e sono cresciute per oltre quindici metri, in altezza : c’è un bosco compatto e lussureggiante, cresciuto senza necessità di acqua, in zona a rischio desertificazione.

Quello che volevo dire, è questo : invece di dissertare, perché non si piantano alberi dappertutto, e non si ricreano le condizioni per uno sfruttamento economicamente valido per i boschi ? Così da ottenere anche nuova occupazione ?

La pastorizia che ha avuto necessità di pascoli estesi, ora sta regredendo, lentamente. E i terreni sono pian piano abbandonati : perché non si fa una legge per ripristinare la copertura boschiva in Sardegna ?
Se dopo 10 anni di abbandono, i terreni incolti non vengono rimboschiti dal proprietario, la Regione potrà intervenire e piantarvi alberi. ( Anche su richiesta, e gratis, prima dei dieci anni ).

La seconda causa di desertificazione sono gli incendi. Anche qui, c’è chi propone di combattere gli incendi estivi con gli incendi invernali : bruciare il sottobosco, bruciare gli incolti, ….. bruciare tutta la Sardegna ! ... Ma solo per evitare i furiosi e pericolosi incendi estivi !

Il fuoco distrugge la flora e la fauna anche d’inverno, ma chi comanda non lo sa, o finge di non saperlo !
Nel sottobosco vegetano le nuove piantine, nate dai semi, e molti arbusti di varie specie adattate all’ombra, ma soprattutto c’è una microfauna che verrebbe distrutta dal fuoco. O forse, si fanno traslocare le formiche nel campo vicino, prima di accendere il fuoco ? Ma le formiche non interessano a nessuno : meglio le cicale !

Il fuoco fa quel deserto, che si teme stia per arrivare !

Per evitare gli incendi, bisogna educare i cittadini alla cultura del bosco, creare parchi per visite naturalistiche, con percorsi guidati tra le specie animali e vegetali.
Bisogna educare all’amore per la natura, solo così si otterranno risultati concreti.

PIANTA UN ALBERO e poi ….. ASPETTA !

venerdì 10 luglio 2009

Incendi in Sardegna.

Si è aperta, il 15 giugno, la stagione degli incendi : ogni anno più disastrosa, in un crescendo che sembra non finire mai.
I numeri sono agghiaccianti : ricorderete tutti, l’incendio di Nuoro, il più esteso del 2007 : quasi, 10.000 ettari. Sono una superficie immensa.
Quante piante sono andate distrutte ? Quanti animali sono stati uccisi ? Quanti milioni di danni ?

Secondo i dati pubblicati dalla Regione Sardegna nel 2005, e che riguardano i 20 anni precedenti, gli incendi nell’Isola sono, in media, 3400 all’anno.
Vanno a fuoco, sempre ogni anno, circa 41.000 Ha, oltre 400 km quadrati di territorio.
400 (km2) x 60 (anni) = 24.000 km2
Pari alla superficie dell’Isola.
Quindi, ogni 60 anni, è come se l’intera superficie della Sardegna venisse attraversata dal fuoco.
La Sardegna, durante l’estate, con la sola esclusione del mare, è tutta combustibile ( e spesso combusta ).
L’erba è tutta secca, i boschi e la macchia mediterranea sono di essenze oleose (pini, olivi, alaterni, lentischi, ecc.). Non si salva nulla !

La stupidità fa il resto.
Non ho mai visto un incendio che si sviluppa da solo : i fulmini, d’estate non ci sono ! Tutti gli altri incendi sono dolosi o colposi.
Per il 100% sono accesi dalla stupidità dell’uomo.
Come si fa a non capire che è pericoloso “scherzare con il fuoco”?
Le conseguenze di un incendio sono sempre negative, per tutti (anche per chi appicca il fuoco ).
E, a volte, possono diventare disastrose, come spesso è successo in Sardegna, in Puglia, in Grecia o in California ....
Con decine di morti, e migliaia di case distrutte.
In Australia, negli incendi di questo inverno 2009 ( là era estate !), ci sono stati oltre 200 morti.
Sembra che le fiamme, alte anche 35 metri, emanassero tanto calore da ustionare le persone a 150 metri di distanza !

martedì 30 gennaio 2007

Nuraghe come difesa dal fuoco.

Una funzione del Nuraghe e, forse, la più importante, era la difesa dal fuoco.
In Sardegna, ogni estate, si creano le condizioni per incendi devastanti : l’erba ormai secca, le piante e le siepi resinose, fanno da esca per i piromani o gli stupidi (che accendono i fuochi credendo di poterli controllare). Se poi si somma a questi fattori il vento di Maestrale, la catastrofe è pressoché prevedibile.
Allora non c’erano i pompieri : l’incendio non poteva essere domato, né rallentato. Solo la notte, qualche volta, soprattutto se umida e priva di vento, poteva bloccare le fiamme : se si riusciva a eliminare i focolai prima dell’alba, allora il fuoco era spento, altrimenti si ricominciava. Non vale fare strisce frangifuoco pulite intorno ai villaggi di legno e paglia : la furia del vento spesso trasporta le esche accese a 200 metri di distanza e allora non c'è scampo, né per le piante, né per gli animali, né per gli uomini !
L’incendio estivo è una piaga biblica per la Sardegna. I Nuragici sicuramente erano attenti, prudenti, non tolleravano comportamenti rischiosi : quando c’era vento, mangiavano pane e formaggio, per non accendere il fuoco !
Ma alla stupidità non c’è limite. E spesso il fuoco partiva . O arrivava da lontano. Spesso era appiccato per vendetta.
Ma dall'alto dei Nuraghi, c’era chi vegliava e lanciava l’allarme anche molte ore prima dell’arrivo del fuoco. Il fumo si vedeva all’orizzonte ; si valutava la direzione del vento ; si batteva il segnale convenuto sul disco di bronzo (come una campana), segnale che tutti conoscevano perché lo sentivano sicuramente molto spesso. (Forse era sufficiente un segnale di fumo, dalla cima della Torre, perché i Nuraghi erano in vista fra di loro, e il bronzo era prezioso).
La popolazione sparsa nei campi, al lavoro, correva a rifugiarsi nel Nuraghe e forse, se qualcuno sigillava l’unica porta d’ingresso con pietre e fango, si poteva tranquillamente aspettare fino a che il fuoco non era passato, devastando e riducendo tutto in cenere.
E’ vero che , comunque era una tragedia, specie se il raccolto del grano non era ancora stato effettuato, ma la popolazione e anche il gregge, erano salvi e pronti a ricominciare.
E’ ovvio che nel Nuraghe erano in salvo anche  le derrate.

Credo che tra tutte le funzioni ipotizzate per questi monumentali edifici, questa sia la più plausibile.
Io che ho vissuto più di una volta l’incendio in Sardegna, io che ho visto l’inutilità degli sforzi delle persone, io che ho visto il terrore della gente in trappola, credo che le popolazioni dell’età del bronzo abbiano costruito, con immensa fatica, ma con allegra fiducia, quell’ invenzione superba e vitale che è il Nuraghe.

Solo la forza di conservazione della specie può aver catalizzato così tante energie per la costruzione dei nuraghi !

Ecco perché il Nuraghe dominava lo spazio, e soprattutto perché era visibile da tutte le parti : chiunque, all’arrivo del fuoco, si guardava intorno e correva verso il Nuraghe più vicino. La porta, esposta a sud-est era riparata dal fuoco e dal fumo, per cui poteva essere chiusa anche all’ultimo momento.
Anche in questo caso, la funzione del muro, largo mediamente quattro÷cinque metri, era funzionale, ancora una volta, anche per l’isolamento dal fuoco. La chiusura ermetica e l’indistruttibilità offrivano una protezione totale.
Questo spiega la diffusione dei Nuraghi solo in Sardegna, perché solo in Sardegna il Maestrale rende devastante anche il più debole e miserevole fuoco.
Questo spiega perché la diffusione dei Nuraghi è maggiore nel versante N-W dell’isola : perché il Maestrale soffia da quella direzione e spazza via in prevalenza quel versante. Nel resto dell’Isola e anche nella Penisola i venti estivi sono un’eccezione.
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domenica 1 dicembre 2019

La torre nuragica.


Qual era lo scopo della Torre nuragica ?
A quello che ho scritto qualche anno fa, vorrei aggiungere alcune cose.
I primi tre punti, rappresentano la funzione Torre
Indubbiamente, il Nuraghe ha la “funzione Torre”. Non avrebbe avuto senso costruire una stanza sopra un’altra, e la scala per la terrazza, solo per vedere il panorama !
Ma non serviva per il “controllo del territorio”, come sostengono alcuni. (Senza spiegare che cosa dovevano controllare e come lo facevano).
Questo perché la “funzione di controllo del territorio” era comunque impossibile, perché il Nuraghe era “cieco” : nel senso che dalla terrazza si vedeva solo un mare di .... verde.
La Sardegna, come ho già detto, era completamente ricoperta da boschi secolari,  con piante alte quindici÷venti metri e più.
Questo :
a) lo dicono le analisi archeo-botaniche degli strati scavati ;
b) lo dice la Botanica, perché in natura una zona a clima temperato, come quello della Sardegna nuragica, si ricopre rapidamente di foresta sempreverde, con alberi di alto fusto (in assenza di incendi  e con popolazione scarsa).
Quindi dall’alto non si poteva vedere un bel nulla, tranne le foglie degli alberi.

Ecco perché, spesso, non era sufficiente costruire le Torri in luoghi alti, ma era necessario farle anche a due o tre piani, per sovrastare le piante ( anche se non sempre sulla sommità delle alture, ma comunque, in collocazioni da cui si poteva spaziare e tenere sotto “controllo visivo”, un vastissimo territorio).
Ma il controllo verso i "nemici" (come lo intendono anche alcuni archeologi) era impossibile, non solo perché non si vedeva niente, ma anche perché presupponeva un controllo di tipo militare, con guerrieri armati in servizio permanente. 
La difesa da pericolosi nemici non era necessaria, al tempo dei nuraghi : lo dimostrano i villaggi, tutti senza mura protettive.
Inoltre, disperdere le forze per difendersi meglio è una tattica che, mi pare, nessuno ha mai usato...
Se ci fosse stata veramente la necessità di difesa, avrebbero unito le forze, costruendo villaggi cinti da poderose mura.
Ma tutto ciò lo prova, soprattutto, la Civiltà Nuragica stessa, 
che non ci sarebbe stata se fossero stati perennemente in lotta fra loro.
Perché la costruzione di un Nuraghe  era possibile soltanto in pace e con l'indispensabile collaborazione di tutto il "villaggio diffuso". 
La rapida diffusione dei Nuraghi in tutta l'Isola sta a significare che vivevano in pace, in una società dove la solidarietà era insita e diffusa.

Quello che si poteva vedere sopra gli alberi, invece, è il fumo degli incendi boschivi  (questa è la mia ipotesi).
I Nuragici di vedetta, durante le lunghe estati siccitose, davano l’allarme e così potevano essere salvati da morte certa tutti gli abitanti della zona, compresi gli animali. (Incendi in California)
Inoltre, i Nuraghi erano ben visibili l’uno dall’altro : significa che potevano comunicare.
Si poteva chiedere aiuto, oppure si segnalava un pericolo imminente.

venerdì 2 maggio 2014

Boschi secolari nella Sardegna dei Nuraghi.


La Sardegna è una regione situata nella fascia climatica temperata.
Il clima, nel 2000 a. C., era molto simile a quello odierno per cui, dalla fine dell’ultima glaciazione, l'isola si era ricoperta di foreste, con alberi di alto fusto.

Lo prevedono la geografia e la paleo-climatologia.

Lo provano gli studi di archeobotanica, che hanno analizzato i pollini degli strati scavati. Grazie alle dimensioni microscopiche, i grani di polline resistono straordinariamente alle forze distruttive del tempo. In certi casi possono superare le decine di millenni.
Nel 2000 a. C. il bosco occupava, almeno, il 90% del territorio.

Lo conferma l’esperienza : in una regione spopolata o scarsamente abitata (come la Sardegna dell’epoca), la vegetazione ricopriva ogni palmo di terra e, nei secoli, si affermarono in prevalenza alberi di alto fusto tipici della zona climatica mediterranea.

La foresta con alberi secolari poteva essere distrutta soltanto con il fuoco, per ricavare pascoli e seminativi. Si fa così ancora oggi, nonostante i mezzi che la tecnologia ci ha messo a disposizione.

Il disboscamento dei secoli scorsi, unito agli incendi appiccati per creare pascoli, hanno prodotto il degrado della vegetazione arborea che osserviamo oggi.
La pastorizia, che necessita di aree spoglie da specie arboree e arbustive, ha contribuito a mantenere l’Isola così come la vediamo oggi. I pastori continuano ad usare il fuoco per pulire i pascoli e gli animali, pascolando, impediscono la crescita delle giovani piantine.
Ciò è tuttavia congeniale al tipo di agricoltura estensiva e al pascolo brado tipico della pastorizia.

Anche oggi, se in Sardegna non ci fossero incendi, né pastorizia, gli alberi di alto fusto tornerebbero a coprire tutto il territorio dell’Isola, forse, in meno di cento anni.

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martedì 30 gennaio 2007

Nuraghe come deposito e conservazione derrate.

In un periodo in cui si doveva lavorare tutto il giorno, da prima dell’alba fino a dopo il tramonto solo per procacciare il cibo per sé e per la propria famiglia, le cose importanti avevano la priorità assoluta.
Ma quali erano le cose importanti per i nuragici ? Di che cosa avevano bisogno per vivere ?
Almeno di due cose :
a) di nutrimento per il corpo ;
b) di nutrimento per lo spirito.
In tempi di lavoro duro, di lutti frequenti, di malattie spesso incurabili, era importante la ricreazione dello spirito, l’allegria per non pensare ai guai. E la necessità di dèi, a cui rivolgersi quando le proprie forze erano insufficienti….
Ma di questo parleremo in seguito.

- Il nutrimento per il corpo invece, consisteva in due cose fondamentali.

- 1) L'acqua, potabile, ogni giorno; per le persone e per gli animali. Ecco allora i Nuraghi vicino alle sorgenti, in prossimità dei fiumi, e dove non c’era né l’uno né l’altro, vicino a un pozzo anch’esso perenne.
L’importanza dell’acqua in Sardegna si sente quando non piove (a volte da febbraio fino a novembre ). Ecco allora i pozzi “sacri”, le offerte votive, le preghiere, la “danza della pioggia”.
- 2) Il cibo:
a) fresco, ogni giorno, tre ÷ cinque volte al giorno, con i lavori pesanti ;
b) provviste per alcuni giorni, in caso di pioggia, freddo, neve, malattie ;
c) derrate e cibi conservati, per tutto l’anno e anche per “combattere” e vincere contro le avversità : siccità, incendi, stagioni avverse, malattie del bestiame, ecc.
Se la Civiltà Nuragica ha avuto lo sviluppo che conosciamo tutti, l'uomo nuragico doveva essere un maestro in questo !

E’ noto che il raccolto del grano si fa una volta all’anno, così come la raccolta dell’uva, delle olive, della maggior parte delle produzioni agricole. Tali raccolti devono essere ben conservati e sufficienti per tutto l’anno e possibilmente avanzare.
Ecco allora la necessità –vitale- di un posto dove poter conservare tutto ciò, senza che si alteri, marcisca, o che venga rubato. Una cantina, insomma, un magazzino derrate.
E con quali caratteristiche ? Un posto fresco, asciutto, buio, sicuro : un Nuraghe !
Lo spessore delle murature garantisce la temperatura costante e una notevole inerzia termica ; il riempimento di argilla impastata assicura l’assenza di fessure contro gli animali e l’umidità.
Conservare in luogo fresco, asciutto e al riparo dalla luce : in un Nuraghe, insomma!
Nelle capanne, al contrario, l’aria, il fuoco, la luce, la puzza delle persone e a volte, degli animali, avrebbero deteriorato anche i sassi, figuriamoci i cibi !
Ecco la funzione più semplice, ma la più vitale.
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venerdì 25 aprile 2014

La vegetazione nella Sardegna preistorica.


La vegetazione di una regione dipende essenzialmente dal Clima (temperatura, altitudine, piovosità), e dalla presenza dell'uomo (deforestazione, coltivazioni, pastorizia, incendi).

Dopo la fine dell'ultima glaciazione, poiché la presenza dell'uomo era ancora molto scarsa, la copertura vegetale è stata influenzata principalmente dalle vicende climatiche.
Con il sorgere delle prime Civiltà, l'uomo ha iniziato ad alterare il paesaggio, anche se solo localmente.

La Sardegna ha un clima mediterraneo, con lunghe siccità estive : la vegetazione prevalente è del tipo sempreverde, che si sviluppa in autunno e in primavera e che resiste, in riposo vegetativo, alla calura estiva.
Le specie a foglie caduche sono relegate in altura o in zone irrigue.
Questo è il clima odierno e degli ultimi 4000 anni.
Prima, subito dopo l'ultima glaciazione e fino alla prima metà dell'Olocene,  il clima era assai più umido, con conseguente maggior sviluppo della copertura vegetale, anche caducifolia.

Le essenze rilevate dalle analisi polliniche (ancora molto scarse nell'isola) e riferite al 2000 a.C., sono tipiche della flora mediterranea, in collina : prevalenza di quercia caducifolia (rovere) e quercia sempreverde (leccio e sughera) ; poi, ontano, frassino, ginepro, olivastro, pino, pioppo, olmo e cipresso.
Sicuramente erano rappresentati anche alaterno, carrubo, lentisco e via via la vegetazione arbustiva ed erbivora.


Successivamente, si assiste (almeno nei dintorni dei nuraghi, dove sono stati fatti i prelievi) ad una costante diminuzione delle specie arboree a vantaggio di pascoli e cereali.
Quasi sempre la distruzione del bosco avveniva tramite incendio, unico modo in cui potevano farlo.
Si fa così ancora oggi, in Amazzonia e altrove.
Il bosco veniva eradicato prima intorno al Nuraghe, e poi nelle zone più adatte per l'uso agricolo : zone pianeggianti e fondivalle, con terreno sciolto e sabbioso, facilmente lavorabile con le scarse attrezzature di allora.
Il resto rimaneva bosco, riserva preziosa di calore e vita.
Con il legname si fabbricavano i soppalchi dei Nuraghi e la carpenteria per costruirlo. Serviva per le scale, le capanne, le tettoie. Serviva per le attrezzature fondamentali, che erano tutte di legno : slitte, pali, zappe, aratri, mazze, manici per attrezzi, recipienti di ogni genere per la vita quotidiana di uomini e animali.

sabato 21 giugno 2008

Copertura delle capanne.

Non è stata trovata una sola capanna nuragica ancora intatta : manca sempre la copertura. Zervos segnalò, nel 1954, una capanna ( unica in Sardegna ), coperta a tholos, con pietre : ora è crollata, anch’essa.
I basamenti delle capanne sono sempre circolari, più o meno grandi. Lo spessore delle murature è anch’esso variabile, così come l’altezza residua.
Ma non è stata trovata nemmeno una capanna, ancora intatta.
Com’era allora, la copertura delle capanne ?
Si suppone di legno e paglia. Ma siamo sempre nel campo delle ipotesi, perché neanche il legno e le frasche si sono conservate.
E perché, allora, non potrebbe essere stata di pietra ? A cupola ogivale, come nei nuraghi ?
Quando si restaura un nuraghe o una capanna, si valuta il volume dei sassi crollati, per stabilire l’altezza delle torri o il tipo di copertura ? E se sono rimasti pochi sassi, si cerca dove sono finite le pietre, eventualmente, mancanti ?

Si crede, quasi sempre, che la copertura in pietra fosse “limitata” dallo spessore del muro circolare ( se troppo sottile ), o dal diametro della capanna ( se troppo grande ).
Sicuramente, per le capanne di piccolo diametro è possibile la copertura in pietra. Ma è possibile anche per quelle di diametro più grande : è sufficiente, per la stabilità, costruire la cupola con un’altezza superiore al diametro.
( Un po’ come nei nuraghi, anche se qui il principio di funzionamento è completamente diverso ).
Anche se la stabilità delle cupole, al contrario delle ogive dei Nuraghi, diminuisce con l’aumentare delle dimensioni. Le pietre, soprattutto quelle non squadrate, sono instabili in tutti i muri a secco : la spinta orizzontale della cupola, viene contrastata dall’attrito tra i conci. Ma se aumenta il diametro della capanna, l’attrito non è più sufficiente : ecco che allora aumenta il rischio di crollo.


La cupola è il risultato di una sperimentazione che è durata millenni e che è stata fatta contemporaneamente dai più disparati popoli, in paesi diversi.

Secondo me. la copertura delle capanne era inizialmente di pietra : è molto più probabile, per i motivi che ho già detto : mancanza di attrezzi per lavorare il legname, e rischio incendi. Successivamente, verso la fine dell’età nuragica, il pietrame della copertura ( spesso crollata ), è stato riutilizzato per nuove costruzioni, e la copertura stessa è stata realizzata di legno.


Il riutilizzo delle pietre è documentato : per esempio, a Genna Maria di Villanovaforru è stata trovata una parte del villaggio costruita sopra gli antemurali, segno evidente che la funzione delle costruzioni nuragiche stava esaurendosi.

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domenica 27 settembre 2009

Alluvioni in Sardegna.

Arriva settembre e comincia a piovere.
Ma, invece di ringraziare “sorella acqua”, come faceva S. Francesco ( e come dovrebbero fare tutti, ma soprattutto i sardi ), si parla solo di “calamità naturali”.
Mai di prevenzione e responsabilità.

La pioggia di settembre, soprattutto nella nostra Isola, porta un mare di benefici : si lavano le strade e le campagne, e tutto diventa più pulito e più bello ; la vendemmia, con i grappoli lavati dai pesticidi, diventa più sana e più profumata ; cresce l’erba per i pastori ; finisce la stagione degli incendi ; si iniziano a riempire i laghi-serbatoi, per il prossimo anno, ...

Quando masse d’aria fredda affluiscono nel Mediterraneo ( a settembre-ottobre ), trovano il mare ancora molto caldo : l’elevata differenza termica fa sì che si creino perturbazioni molto intense, a volte violente, che portano molta acqua concentrata in poco tempo.
E’ così dalla notte dei tempi.
Per merito delle alluvioni periodiche sono nate e cresciute le più grandi Civiltà del passato : l’Egitto – si dice – era un “dono del Nilo”, perché le alluvioni portavano limo e concimavano le terre coltivate. In Mesopotamia, che significa letteralmente “in mezzo ai fiumi”, il terreno era più fertile e più facilmente coltivabile : qui è nata l'agricoltura.

Oggi, invece, sempre più spesso diventiamo un popolo di alluvionati.
Ma non è colpa del tempo !


Una volta, nelle pianure “alluvionali”, l’uomo costruiva le sue case sulle palafitte ; ora, nel letto dei fiumi ci facciamo i seminterrati !

Di chi è la responsabilità ?

martedì 17 giugno 2008

Capanne o Nuraghi ?

“Si racconta” che le capanne nuragiche fossero costituite da un basamento circolare di pietra e coperte con legno e strame.
Esaminiamo i pro e i contro delle capanne.

Vantaggi, per le capanne ( il contrario, per i Nuraghi ) :
a) semplicità di costruzione;
b) breve tempo necessario, per costruirle;
c) possibilità di costruirle dove si vuole.


Svantaggi, per le capanne ( il contrario, per i Nuraghi ) :
a) scarso isolamento termico, con elevato rischio di malattie e con notevole disagio abitativo
b) sicurezza : zero
c) rischio elevato di incendio : sia interno, a causa del fuoco sempre acceso ; sia esterno, a causa degli incendi estivi;
d) precarietà e deperibilità : necessitano di continua manutenzione e/o ricostruzione;
e) scarsa resistenza al vento forte di maestrale;
f) impossibilità di buona conservazione delle derrate;
g) le termiti, presenti in Sardegna, le riducevano in polvere, dopo pochi anni.



Le capanne sono ripari, non case per viverci.
Le capanne sono adatte a chi vive di caccia e di raccolta, e non conserva nulla.

Il grano non può essere conservato in una capanna :
a) giare di grandi dimensioni non sono state trovate e non c'era spazio.
b) Come era protetto dai topi e dalle formiche ?

Lo stesso vale per il formaggio : in una capanna, tra le frasche, a 40°C all’ombra, con il profumo che emana, come si può difenderlo dai predatori ? (mosche e mosconi, con relative larve ; formiche, topi, ecc.)
E dal caldo ?
Adesso è facile, con le case che hanno porte e finestre, con le celle frigorifere a temperatura costante : ma, allora?

Il Nuraghe, dopo 3500 anni è sempre lì.
Un Nuraghe è per sempre !


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lunedì 28 gennaio 2019

Prevenzione Civile.


Tempo fa, si è tenuta in tutta Italia una giornata per prevenire i danni e le morti dovute alle "calamità naturali".
Intitolata "Io non rischio", è stata coordinata dalla Protezione Civile.
A Sassari è stato illustrato ai cittadini come proteggersi dai terremoti (!), dalle alluvioni e da uno tsunami (!!!).
Ma non dagli incendi...
In un Paese moderno, non si dovrebbe più scappare per proteggersi da tali eventi naturali. Fuggire, quando piove, se si abita in un seminterrato o in una casa costruita sul letto di un fiume, non risolve il problema.
Infatti, quando l'alluvione capita di notte, mentre si dorme, si contano i morti.
Il problema, invece, è a monte : non ci devono più essere persone che vivono nei piani interrati, nelle case costruite (anche legalmente!) nelle zone alluvionali, o in case fatte di pietra e terra in zone sismiche di primo grado.
Ci vorrebbe la Prevenzione Civile, che arriva prima delle tragedie.
Mentre oggi, la Protezione Civile arriva dopo che il disastro è avvenuto.
L'Italia non è un Paese Civile.

La Sardegna è fortunata :
- non è zona sismica
- i comuni a rischio di frane e alluvioni sono pochissimi (e se ci fosse un minimo di prevenzione non ce ne sarebbe neanche uno)
- lo tsunami ha una probabilità di accadere molto vicina allo zero.

Purtroppo, anche nella nostra Isola il rischio esiste : ed è il fuoco e il vento. Se ne parlerà, si spera, l'anno prossimo...

Dalla Protezione Civile, sulla base della sua grande esperienza sul campo, ci si aspetterebbe anche delle proposte concrete da girare al governo, per far sì che tante tragedie non accadano più.

sabato 7 luglio 2007

Il Nuraghe è la vita.

“L’uomo, in ogni tempo, ha spiegato tutti gli sforzi per formarsi un luogo di rifugio, per la sicurezza della vita e delle sostanze.”
Questa frase del canonico Spano, riassume tutta la “filosofia di vita” di allora e, forse, anche di oggi.
La vita vuole sicurezza : nell’abitare, nel procurarsi il cibo, nel disporre di esso in abbondanza e in ogni momento dell’anno.
Il Nuraghe dava questa garanzia : sicurezza, in primo luogo; poi protezione dal caldo, dal freddo, dagli incendi, dai malintenzionati.
La Sardegna, allora, era ricoperta di boschi secolari, fittamente disposti. Il pascolo per il gregge, veniva spesso ottenuto con l’ausilio del fuoco.
L’incendio di un bosco non si può fermare nemmeno oggi, figuriamoci allora !
E non era nemmeno facile sfuggire al fuoco.
Il Nuraghe permetteva di salvare uomini e animali ; foraggio e cereali ; carni e formaggio.
Ma, soprattutto, e lo ripeto : uomini e animali, cioè la vita !
Senza di esso, si rischiava di finire arrosto ogni estate o di restare senza gregge; senza il quale la morte sarebbe comunque arrivata, per fame.

Se la Civiltà Nuragica ha avuto quel successo che è sotto gli occhi di tutti, è perché essa ha trovato il modo di limitare la mortalità infantile, e di far sì che i suoi figli diventassero adulti forti e sani. Ha ottenuto questo risultato, perché è riuscita a vincere la fame e le precarietà legate alle annate sfavorevoli, ed è riuscita a conservare il cibo per i periodi di carestia, sia per gli uomini, che per gli animali.
Tutto questo è dovuto alla presenza del Nuraghe, che ha consentito questo sviluppo.
Il Nuraghe è l’essenza della Civiltà Nuragica : dal Nuraghe non si trae soltanto il nome di un’epoca, ma l’epoca stessa non ci sarebbe stata senza il Nuraghe. 

Continua ...

venerdì 12 ottobre 2012

Muraglie megalitiche

Indice :

1. Muraglie megalitiche.
2. Muraglie fortificate ?
3. Monte Baranta : Recinto-Torre.
4. Tettoie a Monte Baranta.
5. Monte Baranta : restauro.
6. Vita in preistoria.
7. Monte Baranta : l'angolo Sud-Est.
8. Muraglia Sa Fraigata.
9. Muraglie e Nuraghi.
10. Monte Baranta.
11. Monte Baranta : funzione.


     Le Muraglie megalitiche servivano, secondo me,  per proteggere il villaggio dal fuoco degli incendi, e dal freddo invernale.
Venivano realizzate con un doppio paramento murario, riempito di pietre piccole, alla rinfusa.
Il paramento esterno era molto curato, e veniva realizzato facendo combaciare grosse pietre, disposte a formare una muratura poligonale, esteticamente molto pregevole.

La muratura interna, fatta con pietre di media grandezza, serviva per contenere il riempimento.  Quest’ultimo era fatto con pietre piccole, ma senza terra : questo per evitare che ci nascesse l’erba, facilmente preda del fuoco durante l’estate, con conseguente perdita della funzione di protezione dal fuoco.
Questa tecnica viene detta anche a sacco.  Essa non permetteva, però,  di realizzare murature troppo alte, per il rischio di crollo dei paramenti murari sottoposti alla spinta delle pietre interne, che fatalmente tendevano ad assestarsi nel tempo.
Infatti, venne abbandonata nella costruzione delle alte mura dei  Nuraghi.
Tutte le  Muraglie che ho visitato e tutte le altre descritte nelle pubblicazioni che ho trovato, hanno il muro che protegge il lato  Nord-Ovest, direzione di provenienza dei venti freddi invernali, in questa zona della Sardegna.

Servivano, quindi, principalmente come difesa dal vento freddo  di Maestrale. La loro funzione era quella di  rendere vivibile l’area del villaggio : la vita si svolgeva sempre all’aperto,  si lavorava all’aperto,  i bambini giocavano all’aperto. 
In cima a  Monte Baranta, d’inverno, ci doveva essere un “venticello” …. gelido !
Il muro faceva sollevare il vento sopra il villaggio,  e permetteva di vivere sul pianoro : a ridosso del Muro  c’era caldo,  anche d’inverno.

Per la difesa dal freddo sarebbe bastato un muro anche al centro dell’altopiano.  Invece, veniva isolata e protetta un’area sul bordo del dirupo.  Perché ?
I motivi possono essere molteplici.
Ho spiegato che non poteva essere una fortificazione per uso bellico.
Serviva, invece, egregiamente come difesa dal fuoco degli incendi (funzione Torre).

a) Infatti, la zona esterna alla  Muraglia poteva essere tenuta libera dalle piante, mentre le esche lanciate dal vento venivano bloccate dal muro. Inoltre il fuoco difficilmente poteva arrivare dal dirupo : ma per maggior sicurezza ( come, per esempio, a Monte Corrales ) spesso, c’era una seconda barriera da quel lato.

b) Nella zona degli ingressi, soprattutto di quello principale, la muratura aveva uno spessore maggiore ( anche, oltre  5 metri ) : questo costituiva una protezione più efficace sia verso il fuoco, che verso il freddo. Soprattutto il fuoco veniva fermato dalla profondità dell’apertura. 

domenica 1 febbraio 2009

Un albero per ogni neonato.

C’è un’altra legge, stavolta nazionale, che è possibile utilizzare per l’ambiente della Sardegna : ed è la legge 113 del 1992.
Questa legge prevede che i Comuni debbano obbligatoriamente piantare un albero per ogni nuovo nato e scrivere sul certificato di nascita il sito dove è stato piantato.
Ma la legge non prevede alcuna sanzione per i Comuni inadempienti, per cui è rimasta, quasi sempre, lettera morta. I Comuni che la applicano sono una ( lodevole ) minoranza.
In Italia si fanno, spesso, operazioni di facciata e di propaganda politica, come questa. Fare una legge, senza prevedere il finanziamento ( garantito e ripetuto nel tempo ), significa fare ... una promessa elettorale !

Tutti gli alberi nascono da soli, dai semi caduti sotto le piante adulte ( almeno finché qualche zelante impiegato regionale non passi a bruciare il sottobosco , con la scusa di prevenire gli incendi estivi .... ).
Ogni alberello può essere prelevato a ottobre e trapiantato a dimora nel posto prescelto. Oppure può essere trasferito in un vasetto, in attesa di trovargli un sito definitivo, o un amico appassionato.